Ho incontrato un'arpia

Ho incontrato un’arpia

 

Girai a sinistra per imboccare via Garibaldi, poco distante dalla biblioteca di Tradate.

All’angolo del primo palazzo mi aspettava un destino fatale.

Stavo recandomi in centro paese, assorto da rosei pensieri, quando sbucò sul marciapiede una donna capelli e abito scuro con mascherina nera, che gentilmente mi chiese se conoscevo Matteo.

Risposi educatamente:

“Abito qui vicino ma quel nome non mi dice nulla.”

Lei insistette:

“Vede, avevo un appuntamento con lui, per un lavoro, ma non si è presentato...”

Con fare dispiaciuto:

“Non so come posso aiutarla.”

Lei imperterrita:

“Senta, forse un modo per aiutarmi ci sarebbe… io sono una sarta, se le lasco il numero di telefono mi può chiamare in caso di lavoro?”

Lì per lì non seppi cosa controbattere, ma percepii una forte negatività.

L’agitazione salì come una marea, annegando i rosei pensieri.

I suoi occhi mi ipnotizzarono incollando i piedi al selciato.

Ero un francobollo su un’indesiderata cartolina.

Dovevo assolutamente allontanarmi: ma come fare?

Non c’era un passante, non c’era nemmeno un passero in volo che spezzasse quel nefasto incantesimo, restava solo un silenzio avvelenato.

Ero inibito, sentivo la morsa dell’inquietudine, anche il cuore sembrava volersi fermare.

Parole soporifere si congelarono sulle labbra.

Sotto quella scura mascherina avvertivo ingigantirsi un untuoso sorriso. 

Infatti lei si lanciò verso di me, in un falso abbraccio:

“Sei una brava persona, vedi se mi puoi aiutare!”

Quelle parole mi piovvero addosso.

Compresi d’essere invischiato nella ragnatela di quell’arpia.

Minuti interminabili.

L’abbraccio malefico si sciolse.

Mi salutò velocemente e sparì dalla vista.

Proseguii quasi barcollando, ubriaco di non so cosa, per quella strada che a stento riconoscevo.

Cosa mi stava succedendo?

Finalmente ripresi il controllo e verificai se nel borsello mancassero soldi e documenti.

Fortunatamente non mancava nulla.

Ma… il forte turbamento continuava ad avvolgermi.

Tornai a casa ripetendo:

“Ma perché non ho avuto la forza di allontanarla?”

Quella notte i sogni furono caliginosi.

Un presagio?

All’indomani nel fare la solita doccia mattutina m’accorsi che non indossavo la catenina d’oro.

Un sussulto, e poi compresi che quell’arpia me l’aveva rubata con quell’abbraccio a tradimento…

La catenina d’oro a maglia Belcher, col crocefisso ad angoli smussati, che arrivava allo sterno, non c’era più.

Restai senza fiato, in apnea, volevo piangere ma non riuscii.

Ecco il motivo per cui la vicinanza di quella donna mi aveva così sconvolto.

Lo sconquasso regnava sovrano nel cuore.

Quella catenella, che indossavo ormai da quasi cinquant’anni, era un regalo di mia madre.

Ricordai le sue parole quando me la regalò:

“Vedrai, ti proteggerà!”

In quel momento mi sentii spoglio, mancava un pezzo di me.

Meccanicamente continuai a posare la mano sul petto per accarezzarla, come ero abituato a fare spesso con gesto istintivo, ne sentivo ancora la presenza.

 

Maledetta arpia, cosa ti ha spinto ad agire in modo così bieco?

Forse una voce ti sussurrava:

“Sta passando l’allocco di turno?”

Se è così mi sento libero di dirti:

“Misera persona, che l’Angelo nocchiero, con le sue ali, ti trasporti con la diabolica barca… ad espiare il tuo peccato in purgatorio!”

 

Vittorio

 

20 Luglio 2021

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