Francesco - CAMMINO E SCRIVO

Pensate di andare a fare un viaggio, ma subito
è il viaggio che vi fa o vi disfa.
Nicolas Bouvier

 

Perché cammino e perché ne scrivo.

        Come migliaia e migliaia di altri, ho camminato sulle vie dei pellegrini a Santiago di Compostela, a Roma, ad Assisi; spesso sono stato dalla gente chiamato pellegrino ma confesso che questa parola mi fa sentire un po' a disagio, come se indossassi un abito fuori misura. Preferisco definirmi come un camminatore curioso. Il pellegrino e il camminatore curioso hanno in comune soltanto l'andare a piedi sullo stesso itinerario. Il pellegrino cammina per vivere un'esperienza religiosa che contempla il sacrificio e la fatica, e tocca il suo culmine con l'arrivo alla meta. La fine del pellegrinaggio coincide con un perfezionamento interiore. Per il pellegrino il senso del viaggio sta nella meta e ogni tappa conta solo perché lo avvicina ad essa; al contrario per il camminatore curioso ogni tappa offre un'esperienza irripetibile che basta da sola come ragione di mettersi in cammino.

        Al camminatore curioso è richiesta la stessa virtù del collezionista d'arte che -afferma Sgarbi - " non trova quel che cerca ma cerca quel che trova". Mettendosi in cammino all'alba, egli sa che prima o poi nel corso della giornata s'imbatterà in qualcosa di interessante che lo ripagherà di tutto. Quel che conta sono l'attenzione e la prontezza a cogliere ciò che cade sotto gli occhi o arriva alle orecchie o al naso.

        Dei cinque sensi, quello privilegiato è la vista. Il camminatore non ammira il paesaggio stando fermo, la sua non è la visione statica del turista da un punto panoramico perchè egli entra nel paesaggio, lo attraversa senza stancarsi mai di guardare a destra e a sinistra; spesso rallenta il passo per allontanare il momento in cui il paesaggio si richiude alle sue spalle lasciandogli l'amaro della perdita del fascino della veduta. Per usare una felice espressione di Frédéric Gros, il camminatore "respira il paesaggio". Agli occhi del viaggiatore curioso inoltre il territorio si apre come un grande libro di storia nel quale sono scritte le tracce del passato del paese attraversato; d'altra parte il cammino offre occasioni numerose di incontri con altri viaggiatori, con gli abitanti, gli albergatori e gli hospitaleros incaricati/e dell'accoglienza.

        Passo dopo passo, in un'epoca caratterizzata dalla dematerializzazione digitale, dal virtuale della realtà aumentata, il camminatore prende consapevolezza della propria materialità di creatura terrestre, che i piedi legano al suolo. Un giorno dopo l'altro il cammino lo rende cosciente della sua condizione di precarietà, esposto com'è alla variabilità del tempo alla provvisorietà degli alloggi, alla cancellazione dei rassicuranti tratti identitari della vita di tutti i giorni. Il cammino instilla la coscienza della fragilità e impartisce la lezione dell'umiltà e nello stesso tempo esige per superare fatiche, dubbi e ostacoli la tenacia sorretta dalla confidente speranza della meta. E' in queste virtù che consiste la spiritualità laica del camminatore curioso.

        Perchè  ho scelto di scrivere del mio viaggio sul Camino Primitivo e sulla Francigena ? Per condividere l'esperienza fatta con lettori che hanno curiosità ed interesse per i cammini. Il lettore privilegiato è senza dubbio chi vorrebbe mettersi in viaggio ma per mille ragioni non può farlo o è sempre costretto a rinviarlo. Ho raccontato ciò che è capitato di pensare, di fare, di dire, di sentire con le orecchie e con l'animo. Necessariamente ho usato la prima persona perché sensazioni, pensieri, emozioni e stati d'animo sono legati all'individualità (che non vuol dire che siano eccezionali o fuori dal comune). Sono ben consapevole del pericolo della scelta perché il pronome "io" invece di generare empatia, insospettisce e mette in guardia il lettore quando chi scrive è del tutto sconosciuto. "A che titolo viene a raccontarci del suo viaggio ? ... ma chi si crede d'essere...?" sono le obiezioni più benevole che il lettore può concepire. Poiché non avevo o non ho visto una diversa scelta ho cercato di configurare l'io narrante come un viaggiatore che esiste soltanto perché c'è una Realtà esterna che si chiama Camino Primitivo o Via Francigena che gli hanno offerto materia per sentire, emozionarsi e persino pensare. Spero di essere riuscito a spostare l'attenzione dall'io -ineliminabile- alla Strada. Se così non fosse, invece di lanciare un ponte per raggiungere il lettore, avrei scavato un solco incolmabile e la fossa in cui seppellire le ambizioni di scrittore.

Francesco Colombo    

 

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